XELEX

Ora nessuno chiamerà le cornamuse

per intonare Black Bear.

Così ho stracciato le tue foto.

Sarebbe stato inutile, senza pietà,

rivedere i giorni contati e rari,

come diamanti rosa a marquise.

Démodé, c’est ça.

Occhi di delfina, ormai, i tuoi,

punzonati dalla luce così di paglia,

cifre sfinite in un quadrante nero,

battiti zero. Eppure, là, il respiro

dell’erba arpeggia languide sinfonie,

con tutto il suo panico splendore.

Dalla collina, gli elefanti nervosi sono

solo tartarughe, impolverate, rosse.

Non inquietano le sentinelle bianche

che volano via, la guardia è finita.

E questo tu l’hai visto, sono sicuro.

Immagino le tue dita, remiganti

selvatiche, nell’aria senza portanza.

Spavento di come, di poi. Rassegnato,

levigato dai calici maturi, di maggio.

Fiori senza più petali che tremano

nelle loro cifrate sillabe, mormorate.

Sussurri di codici e segreti da bambini,

per grandi progetti, di grande fuga.

So bene, solo labbra articolate:

tu con scarpe sbagliate, io senza.

Oltre gli alberi, gli aerei atterrano,

anche se forse alla fine non ripartono.

Vorrei un rametto della nostra erica,

da seccare, nelle pagine del taccuino,

per mantenerne pervicacia e colore.

Le cornamuse hanno l’otre vuoto.

Tacciono e così sarà.

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