NOSTALGIA A SONAGLI

(Foto dell’autore del blog)

 

 

 

 

 

 

 

Lo so, lo so, non mi dirai nulla.

Le mie parole scivoleranno ancora

nel buco nero scavato nel terrore

della tua immagine infilata sottopelle.

Nuvole basse cariche di piombo.

Soldatini in formazione d’attacco

che scortano la tempesta.

Perfetta signora di un tramonto.

Come quando la luce gialla,

sopra i fumi lenti dell’Avana

era il crinale in discesa tra bruciare

con Marilyn o rimandare.

All’aeroporto di Orly, neanche

ti ho vista salire con me, all’alba.

Solo dopo ho incrociato il tuo sguardo.

Sorpreso e tondo come se la morte

t’avesse dato appuntamento d’inganno

e Samarcanda fosse lontano da lì.

Quella sera a tavola, dentro

il ritmo avvolgente e denso

del serraglio impazzito di suoni arabi,

sarebbe bastato pochissimo:

prenderti la mano lasciata lì, apposta.

Avrei spezzato il filo di lana

che legava le briglie del baio stanco.

Poi avrei riscaldato i tuoi piedi

nei sandali esposti ai sassi

e all’aria ruvida di montagna.

Nel deserto dei Sette pilastri

ci sono trappole di fuoco.

Gli scorpioni vanno e vengono

come se stessero facendo la spesa.

Mi tenevi d’occhio da lontano,

gazzella dubbiosa e tentata

tra ardire o restare sciolta.

Ricordi il rosso pompeiano della sabbia?

La luce radente tornando da Petra?

Certo, certo, certo che ricordi.

Con il cielo smaltato di spazio

e di vento caldo che ordina

lo scorrere aggrovigliato dei pensieri.

Ho sfiorato i tuoi fianchi,

il pizzo sopra i tuoi seni,

sotto la camicetta di voile.

E anche le labbra dischiuse sui denti.

Erano occhi che si chiedevano

di che colore fossero le tue palpebre,

quando s’abbassano e s’arrendono.

Iridi rovesciate, titillate e assorbite

da ciò che resta del giorno.

Bacerei la curva morbida del tuo petto,

bianco come l’arrak versato sul ghiaccio.

Abbiamo toccato i bicchieri,

con quel freddo sapore di anice.

Sai, sono tornato a rivedere il trono

dove ti sei messa lucertola al sole,

Un anno dopo il sorriso di promessa.

L’albero di roccia venuto dal nulla,

non faceva più merletto sull’ocra.

Era spento, nel rosa spento, anzi antico.

Nenia di scabbia che scende profonda,

a tarlare le rughe sugli zigomi.

Tu che volevi occuparti di cuori,

hai messo radice nel gesso che allappa.

Allora era secco l’intorno del vaso.

E i campi gridavano rochi.

Tu potevi vendermi il coraggio?

No, il marinaio non aveva moneta.

Come Santiago dovevo attraccare.

All’aurora, sul Malecón, se guardi lontano,

il sole ti sorprende alle spalle.

Tu, sirena di raro richiamo,

hai scosso lo scafo con occhi di fosforo.

Fari che hanno sciabolato rotondi,

con lenta cadenza da portolano:

luce, pausa, luce, luce, pausa.

Il timone resisteva nel vento,

per la brezza tesa di terra,

mentre rotolava l’acqua di ghiaccio.

Non eri preda catturata dall’amo.

Ma pesce d’argento, di sale, di fiore

e di scaglie, bagnato dal caso.

Le mani non ti hanno tirata a bordo,

forse perché già tagliate e dolenti

di nuove cicatrici di sangue.

Preda troppo bella per farne farfalla.

Lo spillo da teca ha reclamato. Io no.

Ma se t’avessi circondata, avrei nuotato

con te fino alla lontana Bretagna

e negli azzurri profondi dei delfini.

Sì, sì, sì, come dici sempre tu.

Eppure il cielo con i suoi soldatini

s’è mangiato la vigna più pregiata,

quella del vino d’eccezione.

E’ stato come ammazzare la libellula

per cancellare l’estate che arriva.

Tu pensa: ora ho quei soldi.

Potrei comprare il coraggio di allora.

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