Belisa

Schegge piumate di vetro infranto, a rasoio.

Frecce dall’arco dei tuoi occhi spavaldi,

a bersaglio, del mio cuore, già ricucito.

Da chiromante ho studiato le tue mani,

per cercare segni del dolore delle palpebre.

Ho colto il profumo a riccioli, tra le falene,

sull’altopiano, dove cresce la vaniglia.

“Tu sei sempre così?” hai buttato lì.

“Prendere o lasciare”.

“E domani?”

“Non faccio progetti a così lunga scadenza”.

Sei anestetico sistemico. Sei vento,

che mi fa scarrocciare sulle secche.

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Hélèn

Desideravi che arrivassi.

Ma volevi anche non.

Eri in terra di nessuno, dove

avremmo potuto essere olii e

tenerezze, pelle sulla pelle.

Appuntamento di naufraghi,

molto Fermo posta Floreana,

con note di fringuelli sciolti.

Era tanto che questi ballerini

fremevano in attesa del tango.

Sì, avrei voluto la tua mano,

lingue e gambe intrecciate e

occhi che bisbigliano, sorrisi.

Oh, Hélèn hai mai camminato

dentro al Ponte dei Sospiri?

È un corridoio stretto, ruvido,

con grate robuste alle finestre.

Se poi il sole tramonta dietro

San Giorgio, allora non c’è scampo.

Perché è luce di bacio lontana e

sapore di sangue e sale nei graffi.

Avrei voluto vedere i tuoi occhi,

sorpresi e come avresti sorriso.

Forse, tu i miei. Ma…

Ma non avevo soldi per raggiungerti.

Tragico, vero? Come un sospiro,

dentro al ponte. Nessuno ti sente.

Gli approdi incatenati alle bricole

gemono nel Maestrale. Crepitio di lacrime.

SEI DITA, BLUES

Uomo con sei dita, costretto a giocare

a pari e dispari. È difficile gabbarla,

colpo su colpo, la vita e la puglia è persa.

Non so se il sigillo fosse il settimo,

era domenica, settimo giorno, di sicuro.

E tu, con lucida armonia delle armi

ormai scariche, eri all’ultima fiammata.

Ultima cartuccia, silenzioso colpo in canna.

No, niente sciabola, se non nel cuore,

nella schiena a pezzi, nel ventre ricucito.

No, niente criniere, agitate e odorose,

di cavalli e zoccoli. A parte un lungo fiato

di lucida paura, sibilo di non ritorno,

nelle orecchie. Brividi di freddo al rasoio.

Sono io tradito, forse avrai detto,

da una vita neppure bagascia, ma ladra

delle ore che chiamano il tramonto.

Allora? Scelta minima, piatto del giorno,

menu fisso. Quindi, nastrini sul petto,

ordine, branda rifatta. Non c’era altro verso.

Era come guardare l’orizzonte in un culo

di bottiglia nera. Il sole porco d’agosto

gridava d’Indocina e di vuoti a perdere.

E Barbara sotto la pioggia, su Brest? Già.

Ognuno ha la sua Barbara a Brest,

sotto la pioggia. Già. Come i seni che gemmano

e la luna che s’incendia. Pensieri buoni, forse,

ma non abbastanza. Eppoi, così lontani,

praticamente figli del tutto smemorati.

Il piombo rovente precipita nel mare,

sempre, cesura netta, tropicale.

Ho già conosciuto un uomo con sei dita,

all’Isola di Wight, molto prima del rock.

Lui giocava con una slot machine,

ma non ha vinto un penny, quelli di rame.

Ne servivano dodici per fare uno scellino.

Era un blues, armonica intorno al Sol.

Odore di pioggia, torba, sale e fango lento.

Il cielo della Manica si sfogava nei tre fiumi,

che pompavano grigio inglese sulle sogliole.

Sono certo che ci sei stato e che sai, lì, com’è.

Se ora avessi modo di ricordare, ti prego,

non farlo con rabbia. E non chiedere scusa.

XELEX

Ora nessuno chiamerà le cornamuse

per intonare Black Bear.

Così ho stracciato le tue foto.

Sarebbe stato inutile, senza pietà,

rivedere i giorni contati e rari,

come diamanti rosa a marquise.

Démodé, c’est ça.

Occhi di delfina, ormai, i tuoi,

punzonati dalla luce così di paglia,

cifre sfinite in un quadrante nero,

battiti zero. Eppure, là, il respiro

dell’erba arpeggia languide sinfonie,

con tutto il suo panico splendore.

Dalla collina, gli elefanti nervosi sono

solo tartarughe, impolverate, rosse.

Non inquietano le sentinelle bianche

che volano via, la guardia è finita.

E questo tu l’hai visto, sono sicuro.

Immagino le tue dita, remiganti

selvatiche, nell’aria senza portanza.

Spavento di come, di poi. Rassegnato,

levigato dai calici maturi, di maggio.

Fiori senza più petali che tremano

nelle loro cifrate sillabe, mormorate.

Sussurri di codici e segreti da bambini,

per grandi progetti, di grande fuga.

So bene, solo labbra articolate:

tu con scarpe sbagliate, io senza.

Oltre gli alberi, gli aerei atterrano,

anche se forse alla fine non ripartono.

Vorrei un rametto della nostra erica,

da seccare, nelle pagine del taccuino,

per mantenerne pervicacia e colore.

Le cornamuse hanno l’otre vuoto.

Tacciono e così sarà.

Il corridoio della Notte

Sette racconti che narrano dell’amore,

del perdersi, magari per sempre.

O del ritrovarsi, talvolta in maniera imprevedibile.

Vivere non è mai una faccenda banale.

 

Donna dell'Asmara, Eritrea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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CHICCHI DI CAFFÈ

Cinque chicchi di caffè tostato.

Caduti sul legno arso e torrefatto.

Li ho raccolti, annusati e rivoltati.

Monetine, testa e croce, brunite.

Cipree che non hanno prezzo.

Il solco dei semi mi ricorda l’onda

delle tue labbra che sorridono,

col rossetto tuo più sì, è così,

quello che meglio si addice a noi.

Quello della notte annunciata,

dalle piccole stelle nelle tue iridi.

Occhi che ridono, carezze da testare,

confesso, mi gira la testa.

Dourada do sol entro confini da varcare,

così candida oltre, da sciogliere la lava fredda.

Spiaggia di fenicotteri dormienti,

all’imbrunire, palle rosse da saltare

per correre da te rapido, nella sabbia.

Mare di carta da zucchero a imbuto.

Il tuo viso è un film nouvelle vague.

Baci da recuperare dalle nasse di ieri,

freschi e golosi come sorbetti appiccicosi,

che sbavano in parole incise, alghe lucide,

così pensate da leggerle in una linguaccia.

Bottiglie d’annata emerse, mar Rosso,

sugheri da stappare, stufi di plancton.

È vino che ci aspetta, per coccolarci,

dopo tanto e finalmente annusarci:

dire, fare, baciare e lettere mai spedite.

Parole da cuscino e musica di Lady Day.

Mi è sempre mancata una tua foto.

CILIEGIO IN FIORE

La collina rossa è montagna.

È onda che copre il cielo,

congelata in un singhiozzo,

permanente di erba ordinata,

pettinata da vento ignorante.

Il ciliegio in fiore aspetta,

come surfista senza scampo,

sulle sue radici, tra sassi pallidi

e terra di mine in sonno.

Inchiodato su una gamba annuso,

forse, il tuo profumo, l’alito.

Di ogni mare non ci si può fidare.

È acqua che porta via.

Nostalgia a sonagli copiaRid

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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