L’OTTO

Sono giorni che i tuoi occhi mi massacrano.

Continui a non parlare. Solo un odore vago di te.

Lo riconosco appena. Sì, sei proprio tu.

Ricordi sottovoce: timidezza e leggerezza di satin,

nel sorriso, nelle mani, nelle labbra.

Lo so, a suo tempo, un milione di anni fa,

Quando avevo il terrore dell’amore.

Già, paura di poi sanguinare a secco,

freccia invisibile nel ventre, permanente.

Forse sei tornata perchè te ne stai andando?

Per lasciarmi a tuo modo un pensiero di carezza?

Anch’io me ne sto andando.

E vorrei tanto che fosse l’inverso.

Tu che resti, per chi ti ha amato.

Io che vado, per paura, allora, d’amarti.

Ora non so più dove potrei trovarti.

Lo sapessi col fiato in gola busserei

alla porta che serve, solo per uno sguardo,

un sorriso, un respiro di carezza.

Ricordo appena casa tua, vista una volta.

E tuo fratello gemello, che quando mi vide

ti sorrise e ti accarezzò il viso appena.

Sembrava ti dicesse con dolcezza: “Non fidarti!”

Aveva ragione, ragione, ragione.

Io che non volevo ferirmi, ho ferito te.

Perdonami, se puoi.

Dicono che a tutti aspetti un infinito.

Un’otto sdraiato che dorme sempre.

Ma non credo che un otto, per quanto ubriaco,

possa dormire sempre. Poi si rimette in piedi.

Nel caso la storia fosse davvero questa,

sì, vorrei tanto rivederti.

Ma so che non ti piacerei più.

Lasciamo perdere? Sì, meglio. Meglio così.

Anche se io so che ti troverei bellissima.

Intanto e per poi, abbi cura di te.

Scrivere? Talvolta è così

Musica per lo stomaco, la pancia. 
Medicina per il cuore. 
Magari incupito, abbandonato, 
graffiato, ferito. 
Magari per uno sguardo risparmiato, 
mancato, sorvolato. 
Lampo di faro, che non ti vede nella notte, 
nel mare in burrasca. 
Magari per un sorriso rimasto nella bocca 
e mai sbocciato sulle labbra. 
Oppure per un bacio cancellato, 
una carezza rimasta sul palmo, 
un abbraccio congelato nelle spalle, 
nei gomiti. 
Magari per una parola di meno, 
che non tintinnerà. 
E rimarrà senza sussuro e senza eco, 
nelle viscere.

Ecco, scrivere. Talvolta.

Una donna

Immersi in un bicchiere di acqua e anice,

la nebbia ci custodisce nel suo labirinto.

Il tuo vestito spicca sulle foglie gialle,

mentre i tacchi affondano nel caucciù,

di un cielo capovolto, di nubi.

Gli alberi respirano piano e le orecchie

sono pantere che catturano il silenzio.

Continuo a guardare le tue iridi cerchiate,

di stupore. Ci vedo folaghe che migrano,

sogni che non conoscerò mai.

Come il nome di un cervo, sfumato.

Femmina curiosa e timorosa, in languida attesa.

Ha occhi scuri come i tuoi pensieri,

che sanno di notte, che sanno d’amore,

che sono blu oltremare, senza rumore, né risacca.

Come lo spazio umido attorno, di nebbia cieca.

Forse, se ti prendo la mano, riusciamo

a parlarci piano, piano, piano.

Non fuggire. Fai tacere i tuoi sonagli.

Lasciami avvicinare, appena, appena.

ARIA DI BURRO

Questa sera ero convinto d’incontrarti.

Roba da stregone, lo so, ma non tanto.

Perché dove sono andato, non c’eri.

Nelle mani a conca ho sempre briciole di baci.

Per te, per i merli e gli storni golosi.

Sapore di cioccolata fondente che scioglie

e si scioglie, basta un minimo di calore.

Ulisse, nostromo braccia di marmo diceva:

il Mediterraneo è uno sputo in confronto

al respiro grande e di spavento dell’oceano.

Ci vuole fegato, anche per truccarsi.

Ci vuole un velo di Cipro sotto il cielo,

nero, a palla, come flipper di luci tintinnanti.

Mi costa una fortuna rinunciare a te.

Sono ramarro spezzato da un calibro nove.

I don’t pack a nina.

Ma tu lo capisci perché gli aironi tagliano

il cielo, nell’aria di burro trasparente?

Forse no, ma è portanza. E tu che porteresti?

Pazienza, pazienza, Cipro arriverà un giorno.

Si ricamerà all’alba, che saprà di uva passa.

Intanto c’è luna piena, è monkey moon.

Victoria Peak

C’e nebbia al Victoria Peak.

Densa, roteante, ci danza attorno,

con passo di milonga, lenta, lenta.

Come ombre diafane di angeli distratti.

Sotto, non si vedono i grattacieli.

Ma ci sono perle di luce sul tuo viso.

Oh, Bobby che botta i tuoi occhi,

quando li ho agganciati in un stanca notte,

quasi alba, In The Heat of The Night!

Erano pozzi che mi hanno ammaliato. Incantesimo,

in cerca di tenerezze, pieno di sogni al diapason.

Lo sai, lo so: nella vita molti non si sono avverati.

Ma è meglio averli avuti, i sogni. Che restano lì.

In parte chiusi nell’ostrica del cuore.

Ma anche incisi sulla pelle, come cicatrici,

come tatuaggi, misteriosi, da decifrare.

Battaglie combattute e perse senza onore delle armi.

Lingua arcana di chi sa veleggiare di notte,

tra stelle e onde, bisogna conoscerla.

Da sognatore potrei cercare di leggerli,

tratto dopo tratto. Per imparare a scoprire

la tua seta, il tuo velluto, i tuoi profumi

e l’alito delle parole che forse non dirai.

Per pudore, nello splendore delle scorze baciate.

Credo che ci capiremmo e ci parleremmo in codice,

tra sussurri e silenzi, sguardi e carezze.

Acino dopo acino, d’uva asprigna.

Che poi, col nostro sole, sarà più zuccherina.

Forse questo sogno morirà prima di un’altra alba?

Come nel film, resterà Ray Charles, la sua voce.

Nei titoli di coda.

Cork Oaks

 Cork oaks bent by the wind,
 giant bonsais, small on the hills.
 Travel trees on journey,
 through the screen of the wet windshield.
 "Call me Magdalina, Magda, Lina,
 as you like".
 Thank you, but Magpie of Armenia,
 that I saw, it's already a perfect name.
 It tells everything.
 Yellow laburnum, restless
 and whispering.
 Forest moss with memory,
 moist and silky.
 Dust not to be missed, of earth, 
 red, cultivated in arid.
 Small strawberry offered in the middle,
 with a sad smile.
 Brown nipples that nursed two males.
 Golden nails that scratch the bread,
 on the table-cloth, before the oven.
 Murano glass yogurt,
 in the fog that enters the neck.
 Silver ring because gold
 it's too foregone.
 Angel disguised, with a good devil
 dancing inside.
 Shaken note-book in the wind,
 cold from the east, down from Ararat.
 Brandy that makes smacks the tongue,
 warm as the laid night,
 on piles of words.
 How little time for building up.
 We missed a where and an early when.
 The why, we had it in our hands. Maybe.
 It was really a surprise to end up
 taking off the paper.

Volevo rivederti

Volevo rivederti. Desiderio esaudito.

Dente piccino, sotto il cuscino.

Abbiamo parlato di parole che sfiorano

la punta delle dita e si staccano.

Serpenti dal sangue torrido che avvolgono

il petto e il ventre sotto l’ombelico.

Il corvo bianco ha fatto il suo lavoro.

Amico che non parla, ma sta a guardare.

Curioso? Tutti gli uccelli lo sono.

Come orsi polari sulla banchisa desolata.

Avevi gli stessi occhi a mandorla.

Labbra ad arco di Ulisse. Corna che ripide

risalgono alla fine, forse in attesa.

Mi piace pensarlo con tenerezza.

Lo so che non poteva essere diverso.

Ma ogni volta, nella testa, è altra cosa.

Vedere è molto più esplosivo che ricordare.

Mi hai mostrato i tuoi piedi. Lo volevi.

Li hai bagnati nell’acqua del torrente.

Vieni a cena con me, graziosa musa?

Sono a caccia, disarmata, di parole nuove.

Belisa

Schegge piumate di vetro infranto, a rasoio.

Frecce dall’arco dei tuoi occhi spavaldi,

a bersaglio, del mio cuore, già ricucito.

Da chiromante ho studiato le tue mani,

per cercare segni del dolore delle palpebre.

Ho colto il profumo a riccioli, tra le falene,

sull’altopiano, dove cresce la vaniglia.

“Tu sei sempre così?” hai buttato lì.

“Prendere o lasciare”.

“E domani?”

“Non faccio progetti a così lunga scadenza”.

Sei anestetico sistemico. Sei vento,

che mi fa scarrocciare sulle secche.

Hélèn

Desideravi che arrivassi.

Ma volevi anche non.

Eri in terra di nessuno, dove

avremmo potuto essere olii e

tenerezze, pelle sulla pelle.

Appuntamento di naufraghi,

molto Fermo posta Floreana,

con note di fringuelli sciolti.

Era tanto che questi ballerini

fremevano in attesa del tango.

Sì, avrei voluto la tua mano,

lingue e gambe intrecciate e

occhi che bisbigliano, sorrisi.

Oh, Hélèn hai mai camminato

dentro al Ponte dei Sospiri?

È un corridoio stretto, ruvido,

con grate robuste alle finestre.

Se poi il sole tramonta dietro

San Giorgio, allora non c’è scampo.

Perché è luce di bacio lontana e

sapore di sangue e sale nei graffi.

Avrei voluto vedere i tuoi occhi,

sorpresi e come avresti sorriso.

Forse, tu i miei. Ma…

Ma non avevo soldi per raggiungerti.

Tragico, vero? Come un sospiro,

dentro al ponte. Nessuno ti sente.

Gli approdi incatenati alle bricole

gemono nel Maestrale. Crepitio di lacrime.

SEI DITA, BLUES

Uomo con sei dita, costretto a giocare

a pari e dispari. È difficile gabbarla,

colpo su colpo, la vita e la puglia è persa.

Non so se il sigillo fosse il settimo,

era domenica, settimo giorno, di sicuro.

E tu, con lucida armonia delle armi

ormai scariche, eri all’ultima fiammata.

Ultima cartuccia, silenzioso colpo in canna.

No, niente sciabola, se non nel cuore,

nella schiena a pezzi, nel ventre ricucito.

No, niente criniere, agitate e odorose,

di cavalli e zoccoli. A parte un lungo fiato

di lucida paura, sibilo di non ritorno,

nelle orecchie. Brividi di freddo al rasoio.

Sono io tradito, forse avrai detto,

da una vita neppure bagascia, ma ladra

delle ore che chiamano il tramonto.

Allora? Scelta minima, piatto del giorno,

menu fisso. Quindi, nastrini sul petto,

ordine, branda rifatta. Non c’era altro verso.

Era come guardare l’orizzonte in un culo

di bottiglia nera. Il sole porco d’agosto

gridava d’Indocina e di vuoti a perdere.

E Barbara sotto la pioggia, su Brest? Già.

Ognuno ha la sua Barbara a Brest,

sotto la pioggia. Già. Come i seni che gemmano

e la luna che s’incendia. Pensieri buoni, forse,

ma non abbastanza. Eppoi, così lontani,

praticamente figli del tutto smemorati.

Il piombo rovente precipita nel mare,

sempre, cesura netta, tropicale.

Ho già conosciuto un uomo con sei dita,

all’Isola di Wight, molto prima del rock.

Lui giocava con una slot machine,

ma non ha vinto un penny, quelli di rame.

Ne servivano dodici per fare uno scellino.

Era un blues, armonica intorno al Sol.

Odore di pioggia, torba, sale e fango lento.

Il cielo della Manica si sfogava nei tre fiumi,

che pompavano grigio inglese sulle sogliole.

Sono certo che ci sei stato e che sai, lì, com’è.

Se ora avessi modo di ricordare, ti prego,

non farlo con rabbia. E non chiedere scusa.