CHICCHI DI CAFFÈ

Cinque chicchi di caffè tostato.

Caduti sul legno arso e torrefatto.

Li ho raccolti, annusati e rivoltati.

Monetine, testa e croce, brunite.

Cipree che non hanno prezzo.

Il solco dei semi mi ricorda l’onda

delle tue labbra che sorridono,

col rossetto tuo più sì, è così,

quello che meglio si addice a noi.

Quello della notte annunciata,

dalle piccole stelle nelle tue iridi.

Occhi che ridono, carezze da testare,

confesso, mi gira la testa.

Dourada do sol entro confini da varcare,

così candida oltre, da sciogliere la lava fredda.

Spiaggia di fenicotteri dormienti,

all’imbrunire, palle rosse da saltare

per correre da te rapido, nella sabbia.

Mare di carta da zucchero a imbuto.

Il tuo viso è un film nouvelle vague.

Baci da recuperare dalle nasse di ieri,

freschi e golosi come sorbetti appiccicosi,

che sbavano in parole incise, alghe lucide,

così pensate da leggerle in una linguaccia.

Bottiglie d’annata emerse, mar Rosso,

sugheri da stappare, stufi di plancton.

È vino che ci aspetta, per coccolarci,

dopo tanto e finalmente annusarci:

dire, fare, baciare e lettere mai spedite.

Parole da cuscino e musica di Lady Day.

Mi è sempre mancata una tua foto.

CILIEGIO IN FIORE

La collina rossa è montagna.

È onda che copre il cielo,

congelata in un singhiozzo,

permanente di erba ordinata,

pettinata da vento ignorante.

Il ciliegio in fiore aspetta,

come surfista senza scampo,

sulle sue radici, tra sassi pallidi

e terra di mine in sonno.

Inchiodato su una gamba annuso,

forse, il tuo profumo, l’alito.

Di ogni mare non ci si può fidare.

È acqua che porta via.

Nostalgia a sonagli copiaRid

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Questo libro è free. Ogni commento è gradito.

NOSTALGIA A SONAGLI

(Foto dell’autore del blog)

 

 

 

 

 

 

 

Lo so, lo so, non mi dirai nulla.

Le mie parole scivoleranno ancora

nel buco nero scavato nel terrore

della tua immagine infilata sottopelle.

Nuvole basse cariche di piombo.

Soldatini in formazione d’attacco

che scortano la tempesta.

Perfetta signora di un tramonto.

Come quando la luce gialla,

sopra i fumi lenti dell’Avana

era il crinale in discesa tra bruciare

con Marilyn o rimandare.

All’aeroporto di Orly, neanche

ti ho vista salire con me, all’alba.

Solo dopo ho incrociato il tuo sguardo.

Sorpreso e tondo come se la morte

t’avesse dato appuntamento d’inganno

e Samarcanda fosse lontano da lì.

Quella sera a tavola, dentro

il ritmo avvolgente e denso

del serraglio impazzito di suoni arabi,

sarebbe bastato pochissimo:

prenderti la mano lasciata lì, apposta.

Avrei spezzato il filo di lana

che legava le briglie del baio stanco.

Poi avrei riscaldato i tuoi piedi

nei sandali esposti ai sassi

e all’aria ruvida di montagna.

Nel deserto dei Sette pilastri

ci sono trappole di fuoco.

Gli scorpioni vanno e vengono

come se stessero facendo la spesa.

Mi tenevi d’occhio da lontano,

gazzella dubbiosa e tentata

tra ardire o restare sciolta.

Ricordi il rosso pompeiano della sabbia?

La luce radente tornando da Petra?

Certo, certo, certo che ricordi.

Con il cielo smaltato di spazio

e di vento caldo che ordina

lo scorrere aggrovigliato dei pensieri.

Ho sfiorato i tuoi fianchi,

il pizzo sopra i tuoi seni,

sotto la camicetta di voile.

E anche le labbra dischiuse sui denti.

Erano occhi che si chiedevano

di che colore fossero le tue palpebre,

quando s’abbassano e s’arrendono.

Iridi rovesciate, titillate e assorbite

da ciò che resta del giorno.

Bacerei la curva morbida del tuo petto,

bianco come l’arrak versato sul ghiaccio.

Abbiamo toccato i bicchieri,

con quel freddo sapore di anice.

Sai, sono tornato a rivedere il trono

dove ti sei messa lucertola al sole,

Un anno dopo il sorriso di promessa.

L’albero di roccia venuto dal nulla,

non faceva più merletto sull’ocra.

Era spento, nel rosa spento, anzi antico.

Nenia di scabbia che scende profonda,

a tarlare le rughe sugli zigomi.

Tu che volevi occuparti di cuori,

hai messo radice nel gesso che allappa.

Allora era secco l’intorno del vaso.

E i campi gridavano rochi.

Tu potevi vendermi il coraggio?

No, il marinaio non aveva moneta.

Come Santiago dovevo attraccare.

All’aurora, sul Malecón, se guardi lontano,

il sole ti sorprende alle spalle.

Tu, sirena di raro richiamo,

hai scosso lo scafo con occhi di fosforo.

Fari che hanno sciabolato rotondi,

con lenta cadenza da portolano:

luce, pausa, luce, luce, pausa.

Il timone resisteva nel vento,

per la brezza tesa di terra,

mentre rotolava l’acqua di ghiaccio.

Non eri preda catturata dall’amo.

Ma pesce d’argento, di sale, di fiore

e di scaglie, bagnato dal caso.

Le mani non ti hanno tirata a bordo,

forse perché già tagliate e dolenti

di nuove cicatrici di sangue.

Preda troppo bella per farne farfalla.

Lo spillo da teca ha reclamato. Io no.

Ma se t’avessi circondata, avrei nuotato

con te fino alla lontana Bretagna

e negli azzurri profondi dei delfini.

Sì, sì, sì, come dici sempre tu.

Eppure il cielo con i suoi soldatini

s’è mangiato la vigna più pregiata,

quella del vino d’eccezione.

E’ stato come ammazzare la libellula

per cancellare l’estate che arriva.

Tu pensa: ora ho quei soldi.

Potrei comprare il coraggio di allora.

PER ANNA

(Foto dell’autore del blog)

Hai deciso di salpare, senza avvertire.

Per rimanere dove ormai eri: così.

Il tuo mare è diventato il letto,

quanto mai porto, quanto mai secca,

quanto mai vicino e lontano in te.

Mar aperto e racchiuso tra onde di stoffa

e bonaccia di suoni, odori e parole,

tra lenzuola sempre più accoglienti.

Senza vento, né spruzzi, né salsedine.

Forse senza neanche un po’ di musica.

Non so immaginare se c’era burrasca.

Se hai dovuto lottare per la rotta.

Ma forse devi esserti lasciata portare.

Come gemella di te stessa ti sei guardata

scioglierti solo nei ricordi al cianuro.

Dicono che sei naufragata per giorni

e ti hanno trovata spiaggiata, poi.

Riflesso scarnificato e scannato,

dagli squali dei basta e amen.

Sai, avevo delle cose da raccontarti.

Avevo anche un lettera per te.

Niente di che, solo un filo, una matassa

color spesso ti penso e vorrei…

Anzi, avrei voluto, meglio dire, adesso.

Era solo un pezzo di collana senza nodi,

trovata nel negozio delle perle mancanti.

Forse avresti dovuto riprendere a bere.

Ma sapevi che anestesie così affilano

tutto e tutto non sembra, ma taglia dentro.

Niente sangue in vista e fa male lo stesso,

tanto… e tanto allora non vale più, inutile.

Lo so, capita sempre, quando si bruciano

i ponti attraversati: sono fatti di fiammiferi.

E si va senza neanche prendere la rincorsa.

L’ultima volta eri tutta occhi, caldi e di luce,

mani nervose, tra le mie, giusto un attimo.

Di freddo ormai ne ho respirato d’allora.

Non dipende da me e da te andata avanti,

mais nous resterons là, nella nostra Indocina.

Sarà nebbia

Ci sarà molta nebbia, dita di alberi nudi e arresi.

Farà molto freddo e tremerò per vincerlo.

So che mi guarderò in giro e conterò tutto:

persone, parole ripetute, suoni, aghi,

dolori inutili, di arceri con poca mira.

E ascolterò i salumai che affilano lame sulla selce.

Conterò tutti gli zin zin dentro la pelle,

nella carne, nelle ossa, fino al sangue,

in fuga, fiume d’erba, fiume d’inverno,

alito che smarrisce il suo letto, su un lettino.

Sarà cuore di tenebra.

Lo so, lo so bene, la falce nei campi si usa d’estate.

Non fa niente, è un’altra stagione e non è maggio.

Adesso ci sono rose che non si danno per vinte.

Altrimenti tanti giardini non avrebbero profumi,

soprattutto in questa stagione gialla e stanca.

Ancora per un po’, poi anche loro saranno secche.

Il gelo le rende magnifiche, in un flash di luce livida.

Sì, credo proprio che sarà qualcosa del genere.

Ci sarà molto nebbia, dita di alberi nudi e arresi.

Alberi sfogliati dei colori che acchiappano gli occhi

e ti fanno cercare le matite colorate.

Anche i soldati sono stanchi, dopo,

perché pesano di più le armi scariche.

I merli ormai tacciono, forse pensano e ricordano.

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